laz43_stadio-mezzo-vuotomsg1Uno dei principi fondamentali dello sport è che tutti devono partire (il più possbile) ad armi pari.
Non è una scelta etica; è una scelta pratica: serve a mantenere alta la competitività ed incerti i risultati. E’il succo di ogni gioco.
Tutti devono avere la possibilità di vincere, in partenza. La differenza la fanno poi le capacità individuali, di squadra, di staff e le scelte imprenditoriali per la composizione di una squadra (o lo staff di un atleta, nel caso di sport singoli), ma è ovvio che il fine di chi gestisce una qualsiasi lega sportiva sia quello di cercare di far partire tutti dallo stesso livello e creare quindi quell’incertezza che cattura l’attenzione dello spettatore.

Chi gestisce una lega sportiva scrive le regole per fare si che questo equilibrio sia mantenuto il più possibile e le modifica nel tempo a seconda delle necessità che vengono a crearsi anno dopo anno. Nell’era dello sport professionistico tutto questo si traduce nel rendere lo sport il più avvincente possibile e di conseguenza attrarre maggiori investimenti. In sostanza: vendere un prodotto.
Solo che se il prodotto è scadente, vende meno.

Qualche numero: 736.20 milioni  – 18.25 milioni.
Sono rispettivamente i valori di mercato aggiornati al 15 luglio 2015 (fonte transfermarkt) della rosa del Real Madrid e del SD Eibar. Questi due club giocano nello stesso campionato, eppure c’è una differenza di valore di 40 volte tra le due squadre.
Il giocatore di maggior valore dell’Eibar, Saul Berjon, vale 2.5 milioni. Quello del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, ne vale 120. E’ una differenza insostenibile. E’ come se uno partecipasse al campionato di Formula Uno con una Micra (con tutto il rispetto per la Micra).
A parte ridicoli regolamenti che vengono aggirati con facilità irrisoria dalle società calcistiche, non esiste niente che regoli gli investimenti nel mondo del calcio, e questo ha portato negli ultimi anni, di fatto, tutti i migliori giocatori del mondo nel giro di meno di dieci club.

Il Governo del calcio è lento, colluso, incapace di stare al passo coi tempi, debole, schiavo delle regole economiche che stanno al di fuori del calcio, e patetico quando finge di appellarsi a principi etici per prendere delle decisioni.

Nell’NBA non funziona così.

Intanto cominciamo col dire che nella National Basketball Association di soldi ne girano molti di più che nel calcio, nonostante siano stabiliti un salario minimo ed un salario massimo per gli ingaggi.
Cristiano Ronaldo, Messi o Ibrahimovic guadagnano all’anno la cifra (ritenuta mostruosa) di circa 12 milioni all’anno. Lebron James, che non ha firmato al massimo salariale (cioè ci sono giocatori che guadagnano più di lui), ne guadagna circa 22.
Ma la ricchezza dell’NBA è direttamente proporzionale agli investimenti che vengono fatti, e viene ridistribuita EQUAMENTE tra tutte le squadre, determinandone anche i tetti salariali per gli stipendi dei giocatori. Tanto guadagna la lega, tanto possono spendere le squadre, ed il calcolo viene fatto ogni anno tra una stagione e quella successiva.
Il complesso regolamento salariale NBA stabilisce che chi supera il limite degli stipendi paga una “tassa di lusso” tanto alta quanto alto si sfora il limite, al punto che negli anni recenti uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, Michail Prochorov, proprietario dei Brooklyn Nets, ha dovuto abbandonare la sua politica di sforamento della luxury tax proprio a causa dell’estrema tassazione impostagli dalla lega, che di fatto in maniera proporzionale ristabilisce l’equilibrio economico all’interno della lega.

Gli organi principali del mondo del calcio sono FIFA e UEFA. Entrambi funzionano in maniera simile ad un parlamento, e allo stesso modo sono lenti ed affogati nella politica e nella burocrazia. Il presidente non può decidere nulla perchè non ha il potere per farlo. Nella storia del calcio moderno si contano sulle dita di una mano i cambiamenti alle regole del gioco, che invece dovrebbero procedere pari passo con l’evoluzione del gioco stesso e con i mezzi tecnologici che oggi sono a nostra disposizione.
Nell’NBA c’è un solo uomo, il “commissioner”, che viene eletto dal consiglio dell’NBA e a quel punto diventa plenipotenziario della lega (ce ne sono stati solo 5 compreso quello attuale nella storia dell’NBA), cioè può prendere decisioni da solo e in tempi strettissimi, anche per quanto riguarda modifiche al regolamento del gioco. Inutile dire che per ricoprire quel ruolo sia necessaria una storia personale e professionale senza macchia, oltre che competenze adeguate.
Se durante una stagione c’è qualcosa a livello di regolamento che non convince, o che in qualche modo frena la spettacolarità del campionato, il commissioner prima della nuova stagione può cambiare la regola ad adattarla alla filosofia dell’NBA.
E’ difficile per gli arbitri prendere decisioni nel’arco di pochi decimi di secondo ? Utilizziamo la tecnologia ! Nessun arbitro NBA si lamenta di questi aiuti, anzi li auspica per rendere più facile il proprio lavoro.
Non ci piacciono i giocatori che sbraitano con gli arbitri, dando un messaggio comportamentale contrario ai principi della lega ? Scriviamo una regola, precisa, che vieta ogni atteggiamento “provocatorio” nei confronti dell’arbitro, dell’avversario o del pubblico. E quella regola la applichiamo, da subito, senza se e senza ma, che tu sia Lebron James o l’ultimo dei rookie.
Faccio un esempio pratico per il calcio. Spessissimo capita durante una partita che venga fischiato un fallo, e subito uno dei giocatori della squadra che ha commesso il fallo prende il pallone, se lo porta a spasso per qualche secondo, e solo dopo decide di restituirlo a chi deve battere la punizione, negandogli il diritto di batterla immediatamente. Succedeva una cosa analoga nell’NBA: dopo un canestro fatto, chi ha segnato toccava di nuovo la palla per guadagnare qualche secondo per rientrare in difesa. L’NBA ha ravvisato il problema e da quel momento (parliamo di pochi anni fa) c’è il fallo tecnico. Nessuna eccezione, per nessuno: fai canestro, non devi assolutamente toccare il pallone o disturbare la rimessa. Risultato, dopo qualche mese tutti i giocatori si sono abituati a questa regola e nessuno ritarda più la rimessa del gioco. Nel calcio, basterebbe modificare il regolamento e non si assisterebbe più a queste situazioni irritanti: commetti fallo, devi lasciare immediatamente il pallone. Immediatamente, senza eccezioni, pena il cartellino giallo.

Poi c’è il meccanismo del Draft, vero e proprio indice di quanto il mondo sportivo americano sia molto più avanti del nostro proprio dal punto di vista della concezione dello sport. Semplificando, chi arriva ultimo in campionato, l’estate successiva è il primo a scegliere un qualsiasi giocatore al mondo di college, high school o del resto del mondo da portare nella propria squadra. (In realtà il meccanismo è più complesso, ovvero chi arriva ultimo ha la maggiore probabilità di scegliere per primo, ma in ogni caso questa possibilità la ottengono solo le squadre che l’anno precedente non sono arrivate ai playoff).
I Chicago Bulls nel 1984 presero Michael Jordan al draft proprio grazie a questo principio dato che arrivarono tra gli ultimi in campionato e per questo ebbero la possibilità di scegliere tra i migliori talenti a disposizione, tra cui naturalmente MJ (che non fu scelto per primo ma per terzo; cambia poco anche perchè il primo ad essere scelto quell’anno fu uno dei centri più forti di sempre, il nigeriano naturalizzato statunitense Hakeem Olajuwon).
Nel calcio, inutile dirlo, il meccanismo del draft è fantascienza. Anzi i migliori giovani, tanto per cambiare, li prendono le solite poche squadre che possono permettersi di pagare decine di milioni. Immaginando un draft nel calcio (faccio uno sforzo di fantasia), una squadra che arriva tra le ultime in campionato, l’anno successivo ha la possibilità di prendere Neymar, e magari su quel ventenne costruire il proprio futuro.

Negli ultimi otto campionati, nell’NBA hanno vinto sei squadre diverse, e non è un caso. Nel campionato di calcio di serie A, dal 1990 ad oggi, hanno vinto solo tre squadre (Juventus, Milan e Inter) con sole tre singole eccezioni: Sampdoria, Lazio e Roma; queste ultime due peraltro hanno pagato a caro prezzo in seguito gli sforzi economici fatti per intromettersi nel “tripolio” del calcio italiano anche solo per un campionato.

Concludo tornando sull’argomento “etico”.
E’ patetico come i vertici della FIFA e dell’UEFA parlino banalmente di rispetto e di lotta al razzismo e poi gli unici provvedimenti che vengono presi sono multe irrisorie alle società e provvedimenti generici e dozzinali contro le tifoserie: dieci cretini fanno “buuu” ad un giocatore nero, viene chiuso un intero settore dello stadio. Se lo provi a spiegare ad un americano pensa che lo stai prendendo in giro.
Nell’NBA se tu sei proprietario di una franchigia (così si chiamano i “club”) e per caso viene fuori una tua conversazione privata in cui parli con toni VAGAMENTE razzisti, vieni CACCIATO dalla lega, e obbligato a vendere la squadra, senza che tu possa dire “a”. Non sto fancendo un esempio campato in aria, è successo proprio lo scorso anno con l’ormai ex proprietario della squadra californiana dei Los Angeles Clippers, Donald Sterling, che è stato intercettato telefonicamente (non si sa bene da chi, ma una cosa è la sanzione sportiva, un altra quella penale) mentre si lamentava sull’eccessiva presenza di giocatori neri nell’NBA. E’ uscito il caso sui giornali, e senza bisogno di aspettare infiniti procedimenti legali, l’NBA lo ha radiato a vita e lo ha costretto a vendere la franchigia. Nessuno si è permesso di difenderlo, perchè è considerato inaccettabile che il proprietario di una franchigia in una lega che vende in tutto il mondo possa esprimere pensieri di questo genere; non conta niente l’aspetto penale, è come detto semplicemente una questione di etica, e di coerenza.
In Italia e nel calcio, come disse qualcuno, siamo in leggerissima controtendenza: il PRESIDENTE FEDERALE Tavecchio che parla di neri e banane come fosse al bar ubriaco con gli amici non solo non viene cacciato, ma viene anche difeso da molti e si permette di fare lo smargiasso forte della poltrona su cui poggia il sedere e dalla quale tutto gli è concesso. Inutile dire che nel mondo dell’NBA un Tavecchio qualsiasi sarebbe immediatamente allontanato e interdetto con sdegno unanime dal mondo sportivo americano. Figuriamoci poi cosa sarebbe successo lì a uno come Luciano Moggi, che senza alcun dubbio, se fosse stato un dirigente sportivo americano NBA, oggi sarebbe in carcere a scontare una pena nell’ordine di un paio di decine di anni. Altro che ospite in trasmissioni sportive.

Concludo con una considerazione. Negli ultimi cinquecento anni abbiamo preso molto dalla cultura americana: fondamentalmente solo i difetti. Dello sport abbiamo preso la moda, i giocatori che indossano vistose cuffie stereo, le feste e lo champagne.
La cultura sportiva la abbiamo lasciata dall’altra parte dell’oceano.

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