vittime di mafia (liliumjoker) 5

Guardare il film “Diaz” è sempre un oceano di emozioni che si sovrappongono. Rabbia, incredulità, amarezza. E di frustrazione per la consapevolezza che ancora in molti, troppi ignorano spesso volontariamente quella che senza alcun dubbio è stata una delle pagine più vergognose della storia delle forze dell’ordine in un paese democratico.
Ma non voglio parlare di loro, indegni protagonisti della “macelleria messicana” (cit) della Diaz come già in molti hanno fatto. Voglio confrontarli con quelli che per lo Stato hanno dato la vita, sacrificandosi nella speranza di lasciare a noi un Paese migliore. Con tutti quei poliziotti, carabinieri, magistrati, agenti dello Stato. Voglio parlare di loro perché è vero che il valore di un uomo non è dato dalla divisa che indossa o dal lavoro che svolge; il valore di un uomo si determina dalla sue azioni. 

C’era Filadelfio Aparo, vice brigadiere della Squadra Mobile di Palermo, ucciso dalla mafia nel 1979. Era un ottimo poliziotto, un vero “segugio” contro i criminali. Meno di un anno prima di essere ucciso aveva arrestato due pericolosi latitanti al termine di un azione per la quale si guadagnò un encomio solenne.
E c’è Massimo Nucera, che praticò un taglio sulla sua divisa per inventare di essere stato aggredito all’interno della scuola Diaz.

C’era Boris Giuliano, investigatore di Polizia che indagava sull’omicidio del giornalista Mauro de Mauro (ucciso per le sue indagini sulla morte dell’ex presidente dell’Eni, Enrico Mattei), e sui traffici della mafia siciliana con gli Stati Uniti, fino alle indagini su Michele Sindona e il Banco Ambrosiano. Giuliano fu ucciso con sette colpi di pistola alle spalle, da Leoluca Bagarella.
E ci sono il vicequestore Pasquale Troiani, il generale Valerio Donnini, l’ex capo della Digos di Bologna Spartaco Mortola, che si palleggiarono una busta con due molotov (rinvenute il giorno precedente) e la portarono all’interno della Diaz per produrre false prove che giustificassero il massacro.

C’era Emanuele Basile, che avrebbe potuto fare il medico ma scelse l’Arma dei Carabinieri nella quale divenne ufficiale, e che fu ucciso a 31 anni perchè non aveva avuto paura di seguire le indagini di Giuliano e stanare i suoi assassini. E dopo di lui c’era Mario d’Aleo, che con Basile condivise le indagini, il coraggio, e la morte.
E c’è Vincenzo Canterini, all’epoca Comandante del Reparto Mobile di Polizia, che scrisse ai suoi superiori una relazione in cui parlava delle “aggressioni” dei no-global nella Diaz nei confronti dei poliziotti, salvo poi ritrattare vigliaccamente in sede processuale; che ebbe la sensazione che i tagli di Nucera non fossero autentici, ma tacque.

C’era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che diceva che “Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”.
E c’è il questore Francesco Colucci, che al telefono dice “Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa…”, riferendosi al capo della Polizia Gianni De Gennaro.

C’erano il maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e il Carabiniere Salvatore Bartolotta, che diedero la vita per proteggere il capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, Rocco Chinnici, dilaniati da 75 chili di esplosivo nascosti in una Fiat 126.
E ci sono il capo dell’anticrimine della Polizia Francesco Gratteri e il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri, condannati in via definitiva per falso aggravato (prescritti per lesioni, “assolti” per tortura non esistendo presente tale reato nella giustizia italiana).

C’erano il commissario di Polizia Giuseppe Montana ed il suo amico e superiore, il commissario Antonino Cassarà, uccisi nell’arco di 10 giorni l’uno dall’altro perchè non ebbero paura di fare il proprio dovere nonostante la consapevolezza di trovarsi nel centro del mirino delle più potenti fazioni mafiose (uno tra tutti Pino Greco, killer di punta del clan corleonese).
E ci sono vice capo della Digos Alessandro Perugini, che colpì con una ginocchiata in faccia una quindicenne sanguinante, e l’assistente capo Massimo Pigozzi, che divaricò le dita della mano di un fermato fino a lacerarne le ossa.

C’erano Antonio Mancino, Filippo Scimone, Calogero Cicero, Fedele De Francisca, Cataldo Tandoy, Mario Malausa, Silvio Corrao, Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare, Mario Farbelli, Pasquale Nuccio, Giorgio Ciacci, Giuseppe Piani, Giuseppe Russo, Calogero Di Bona, Vito Jevolella, Alfredo Agosta, Antonio Burrafato, Domenico Russo, Calogero Zucchetto, Pietro Morici, Giuseppe Bommarito, Natale Mondo, Roberto Antiochia, Emanuele Piazza, Serafino Ogliastro, Giuliano Guazzelli, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Giovanni Lizzio, Giuseppe Montalto. Poliziotti, Carabinieri, servitori dello Stato che hanno compiuto il loro dovere fino alla fine, senza paura, contro una delle organizzazioni criminali più potenti e feroci della storia umana.
E ci sono quelli che ammazzano di botte un ragazzo per sfogare la loro repressione e la loro sete di violenza, e che poi si coprono a vicenda riparandosi dietro il muro dell’omertà; lo stesso non-valore che condividono tutti gli assassini mafiosi che hanno insanguinato questo Paese per decenni, lo stesso non-valore contro cui centinaia di loro colleghi hanno lottato, hanno sanguinato, hanno perso la vita.

Quello che sto cercando di dire è che una divisa non da orgoglio, o vergogna, o gloria o infamia.
La divisa è solo un vestito; le azioni di chi la indossa sono ciò che fa la differenza.

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