blackhawks

Black Hawk Down è un capolavoro della cinematografia bellica, non c’è dubbio. E’ un film di Ridley Scott del 2001 che parla della battaglia di Mogadiscio del 1993 (3-4 ottobre), nell’ambito della guerra civile somala che sta insanguinando il paese da quasi trent’anni. Fu il più grave conflitto a fuoco a cui parteciparono gli americani dalla guerra in Vietnam, e costituì una svolta sulla politica estera degli USA. Morirono 19 soldati americani, a fronte probabilmente di un migliaio di somali, e due elicotteri Black Hawk americani furono abbattuti (tre in realtà, ma questo lo vedremo tra poco). Il film è molto ben fatto e ripropone con buona precisione gli eventi della battaglia, ma tralascia quasi completamente il contesto in cui quella terribile battaglia è avvenuta e gli errori (tanti) strategici e tattici che gli americani e l’ONU avrebbero potuto evitare se solo avessero capito cosa era successo al “check point pasta”, dove gli Italiani furono coinvolti nella “battaglia del pastificio”.

Questa è un’analisi degli errori che gettarono gli Stati Uniti nell’inferno della battaglia di Mogadiscio, con un focus particolare su tutti gli elementi che erano emersi dalla battaglia del pastificio e che il comando americano e quello generale dell’ONU ignorarono, segnando probabilmente il destino di una nazione intera, ancora oggi sprofondata nel caos della guerra civile.

La guerra civile in Somalia ha avuto inizio nel 1991 quando i clan ribelli si opposero con la forza alla dittatura di Siad Barre, che comandava il paese dal 1969, rovesciando il regime. A quel punto diverse fazioni, tra cui il clan Habar Gidir, a capo del quale c’era Mohammed Farah Aidid, iniziarono la loro guerra per il potere e a farne le spese fu ovviamente la popolazione civile, straziata dalla guerra e dall’emergenza alimentare e sanitaria che ne conseguì.
L’occidente intervenne nel 1992 con una coalizione internazionale che comprendeva ONU e Stati Uniti con l’obiettivo di garantire l’afflusso di aiuti umanitari alla popolazione civile somala. E la missione seguì questa linea almeno fino all’estate del 1993, quando il conflitto si intensificò fino alla “battaglia della radio” (5 giugno) in cui furono uccisi 23 soldati pakistani della coalizione internazionale. A quel punto gli USA inviarono in Somalia la Task Force Ranger (formata da Rangers, Delta, Seal Team 6 e dai “nightstalkers”, la squadra speciale di piloti d’elicottero da guerra) e la missione “Restore Hope” cominciò a prendere una brutta piega.

Ma il vero segnale d’allarme arrivò il 2 luglio, quando protagonisti della battaglia furono proprio gli italiani, che per motivi che analizzeremo erano i più adatti a comprendere i cambiamenti che stavano avvenendo nei rapporti tra i somali e la coalizione internazionale, e diedero una lezione strategica agli alleati che questi ultimi, purtroppo, non colsero. E la pagarono con i morti di “Black Hawk Down”.

La battaglia del pastificio, 2 luglio 1993

L’Italia era il secondo contingente più numeroso della coalizione internazionale dopo gli Stati Uniti, comprendeva alcuni tra i migliori reparti dell’Esercito, tra i quali gli Incursori del reggimento “Col Moschin”, in pratica la Delta Force dell’Italia, ed il suo impegno risoluto era dovuto molto al fatto che la Somalia era stata una colonia italiana fino al ’60, e che quindi l’Italia si sentiva in qualche modo responsabile della crisi umanitaria che bruciava il paese. I rapporti con la popolazione somala erano buoni e c’era un certo livello di collaborazione anche con la polizia somala.
Sia chiaro, si tratta sempre di operazioni militari; non stiamo parlando della Croce Rossa o di Emergency, e peraltro il caso dei cinque militari accusati di tortura su alcuni prigionieri somali rappresenta di certo una vergogna per il Paese, ma di questo bisognerebbe parlare separatamente. Sta di fatto che i militari italiani erano ben visti dalla popolazione civile somala e fino alla battaglia del pastificio molti soldati non avevano mai dovuto sparare un solo colpo.

Il 2 luglio era in programma un’operazione simile a molte altre svolte senza incidenti in precedenza, con la perquisizione di alcuni edifici alla ricerca di armi.
La zona interessata dal rastrellamento era nei pressi del cosidetto “check point pasta”, chiamato così perché posto vicino ad un vecchio pastificio della Barilla in disuso (fino a quel momento la città era stata divisa in vari settori controllati da altrettanti check point statici), e l’operazione iniziò verso le 6 di mattina. Le compagnie Alfa e Bravo (circa 500 uomini) procedettero ai controlli con la collaborazione dei poliziotti somali, che avevano il compito di avvertire la popolazione della perquisizione e quindi prepararla all’arrivo dei militari.
Tutto procedeva come da programma, e l’operazione (Canguro 11) stava per giungere al termine tanto che la compagnia Bravo si distaccò per fare ritorno a Balad, una ventina di chilometri a nord di Mogadiscio, dove era stanziata. In uno degli ultimi edifici controllati però venne rinvenuto un piccolo deposito di armi (qualche fucile d’assalto e munizioni) e vennero arrestati tre somali; niente che dovesse far pensare ad un allarme, o almeno questo era quello che i militari italiani credevano.

Da quel momento però, i soldati raccontano di aver percepito che qualcosa stava succedendo, anche se ci vollero alcuni giorni per capire le ragioni di tutto ciò. La tensione si sentiva nell’aria, e dagli elicotteri in volo di ricognizione sopra l’area si potevano vedere folle di persone che cominciavano ad avvicinarsi al check point.
Alcuni dei poliziotti somali che accompagnavano la missione cominciarono a sparire. Un attimo erano al loro posto, e un attimo dopo non si vedevano più. Contemporaneamente un insolito clima di ostilità sembrò affiorare tra la popolazione, e si sentirono alcuni spari in lontananza di cui non si poteva identificare l’esatta provenienza. La folla si accalcava in maniera minacciosa e presto arrivarono i primi sassi lanciati in direzione degli italiani, che in risposta spararono alcuni colpi intimidatori, senza risultato. In pochi secondi si scatenò l’inferno.
Il generale Loi ordinò il ripiegamento, ma questo fu impossibile a causa delle barricate che i somali avevano montato in mezzo alla strada bloccando il passaggio dei mezzi blindati italiani. Nel frattempo il fuoco somalo si scatenò con un volume sempre crescente e il sergente maggiore Stefano Paolicchi, degli Incursori del Col Moschin, perse la vita per una raffica di LMG che lo colpì alla milza.
Poco dopo un RPG colpì uno dei blindati, facendolo letteralmente esplodere con al suo interno i militari italiani. Perde la vita il caporale Pasquale Baccaro, colpito in pieno nella parte alta della gamba mentre era alla mitragliatrice pesante del VCC. La testata del razzo non esplose, e questo probabilmente salvò le vite degli altri militari all’interno.

La compagnia Bravo inverte immediatamente la marcia e torna in soccorso dei commilitoni, mentre viene richiesto l’intervento degli elicotteri per portare via i feriti, e della Quick Reaction Force (QRF) americana. Ma l’intervento degli elicotteri non fu possibile per il fuoco a cui erano sottoposti i velivoli e soprattutto agli RPG che fischiavano così tremendamente vicino alle fusoliere, perciò fu ordinato loro di allontanarsi. (E questa fu una delle lezioni che gli americani ignorarono completamente tre mesi dopo).
Uno degli elicotteri “Mangusta” in sorvolo identificò una jeep blindata, armata di mitragliatrice pesante, che era stata rubata da un gruppo di miliziani e che sfrecciava tra le vie della città, ma non ricevette l’autorizzazione a fare fuoco. Gli elicotteri americani invece cominciarono a bersagliare il pastificio, dall’interno del quale partiva il fuoco di altri RPG.
Alcuni blindati italiani cercarono di aggirare le barricate per giungere in soccorso dei commilitoni davanti al check point, ma furono sorpresi dai miliziani e nello scontro che seguì perse la vita il sottotenente Andrea Millevoi, che all’epoca era solo ventunenne.
Il contingente italiano riuscì infine a defilarsi ed il check point pasta fu conquistato dalle milizie somale si Aidid.

Ma la storia non finisce qui, perché immediatamente il comando ONU ordinò al contingente italiano di tornare in forze e riconquistare il check point entro pochi giorni.
Gli italiani però avevano immediatamente intuito che un ingresso in forze in quella zona sarebbe potuto finire molto male, sia per i somali che per gli stessi militari italiani, visto che era chiaro che i miliziani avrebbero difeso quella postazione con la stessa rabbia e decisione con cui avevano appena respinto due compagnie militari corazzate. Tecnicamente il potere di fuoco italiano era ben al di sopra di quello somalo, nonostante il sottonumero, ma appare chiaro che non sia possibile in una situazione di guerra urbana sparare con i carri armati o con i missili aria-terra sulle case con la certezza di causare un numero ingente di vittime tra i civili, con tutte le conseguenze del caso.
Per questo motivo il comando italiano fece una cosa senza precedenti: rifiutò l’ordine del comando centrale e decise di tentare un’operazione di riconciliazione pacifica con i miliziani per riprendere il controllo del check point senza l’uso della forza.
L’operazione era estremamente delicata ed il suo successo tutt’altro che scontato. Un eventuale fallimento avrebbe portato conseguenze drammatiche in termini di vite umane ed una sconfitta strategica italiana senza precedenti agli occhi del mondo.

I servizi di intelligence lavorarono per stabilire un contatto con i miliziani e qualche giorno dopo le forze italiane cominciarono la loro lenta marcia verso il check point pasta affiancati da rappresentanti somali che potessero comunicare con le milizie e con la popolazione.
Nonostante le difficoltà iniziali dovute allo schieramento dei somali (comprese donne e bambini) in mezzo alla strada per impedire il passaggio dei blindati, alla fine il convoglio fu fatto passare e l’operazione riuscì: l’Italia riprese il controllo del check point pasta senza sparare un colpo.
Fu un successo straordinario, una lezione che l’Italia per una volta aveva dato al mondo intero ed in particolare agli Stati Uniti, che si erano opposti con decisione alla scelta italiana.
Una lezione che purtroppo risultò inascoltata.

Le reazioni della Coalizione in seguito all’episodio furono durissime: l’ambasciatore USA in Somalia tuonò contro il comando italiano accusando l’Italia di essere scesa a patti con i terroristi e il comando ONU gli fece eco, ottenendo come risultato l’intensificazione delle operazioni puramente militari, così che quella che fino ad allora era stata principalmente una missione di sostegno alla popolazione civile diventò guerra a tutti gli effetti, culminata nella battaglia di Mogadiscio, la pietra tombale sulle speranze di pace in Somalia e quindi la fine della missione “Restore Hope”, con il seguente ritiro di tutte le forze americane presenti nel paese, ordinato dal comandante in capo, il presidente Bill Clinton. (Anche il governo americano ed il presidente commisero gravi errori nelle proprie scelte politiche).

I motivi della reazione apparentemente eccessiva delle milizie somale contro la missione italiana vennero fuori solo qualche giorno dopo.
Si venne a sapere infatti che i poliziotti somali che accompagnavano i militari italiani erano appartenenti ad un clan rivale di Aidid, e per questo i miliziani considerarono un’offesa che fossero i loro rivali a perquisire le loro case. Inoltre pare ovvio che il deposito di armi rinvenuto dagli italiani fosse qualcosa di più di quello che era sembrato in quel momento: forse celava un deposito importante per Aidid, o addirittura il covo di Aidis stesso, visto che da tempo era costretto a spostarsi di continuo per evitare la cattura da parte delle forze della Coalizione.

E qui torniamo al succo del discorso: gli Stati Uniti avevano tutti gli indizi per evitare che il dramma di “Black Hawk Down” si verificasse, e sommarono tutta una serie di errori politici, strategici e tattici che costarono la vita a 19 soldati americani e a migliaia di somali, e che consegnarono di fatto il paese nella mani delle milizie di Mohammed Farah Aidid, portando al fallimento l’intera missione.
Tutti questi errori sono stati riportati in un esaustivo rapporto dell’Intelligence militare americana, un interessante resoconto di come la somma di tutte le scelte sbagliate, prese ai vari livelli della catena di comando americana, abbiano portato alle conseguenze che la Storia ci ha raccontato. In questo articolo però, mi soffermerò su quelle importantissime indicazioni che la battaglia del pastificio aveva portato alla luce, ma che gli Stati Uniti ignorarono.

1 – Prima ancora della battaglia della radio e del check point pasta, c’erano diversi rappresentanti dei clan ribelli che spingevano per un accordo con la Coalizione e la posizione di Aidid non era così solida come sarebbe diventata poco dopo, proprio perché molti somali credevano nell’aiuto della Coalizione e questa non era vista come una forza di occupazione. La taglia che poi gli americani misero sulla testa di Aidid venne ritenuta un’offesa per il popolo somalo (sia perchè era esigua, sia perchè in qualche modo insinuava che i somali avrebbero tradito i loro connazionali per qualche soldo), ed ebbe come ulteriore conseguenza quella di dare risalto al clan di Aidid, che non era l’unica forza ribelle presente sul campo, ma con quella sorta di “investitura” non ebbe altra opzione che quella di aumentare l’intensità del conflitto contro gli americani ed i loro alleati.
La situazione degenerò in maniera definitiva quando gli USA portarono a termine un attacco in cui con gli elicotteri bombardarono un palazzo in cui si stavano riunendo personalità di spicco della milizia somala (tra i quali anche molti moderati contrari alle strategie di Aidid). L’operazione fu una carneficina in cui morirono anche molti civili, e con loro ogni speranza di una soluzione diplomatica. Era il punto di non ritorno; a quel punto restava solo la soluzione militare, che peraltro avrebbe potuto anche avere successo se gli USA non avessero continuato ad ignorare la lezione italiana del check point pasta, e non avessero completamente sbagliato le loro valutazioni sulle forze in campo (il comando americano aveva rifiutato l’appoggio degli AC130, ritenendolo non necessario).

2 – Quando gli italiani richiesero l’intervento degli elicotteri per portare in salvo i feriti, si accorsero subito che gli RPG somali rappresentavano una grande minaccia per i velivoli e che non si poteva rischiare un abbattimento con tutte le conseguenze che avrebbe portato.
Gli Stati Uniti non solo ignorarono questo fatto, che li avrebbe dovuti portare ad elaborare un piano differente, ma perseverarono nell’errore più volte nella stessa battaglia di Mogadiscio, quando ben quattro Black Hawk vennero colpiti dal fuoco somalo in pochissimo tempo e tre di questi precipitarono (esatto: tre, non due come si vede nel film; solo che uno di questi riuscì ad allontanarsi dalla zona calda del combattimento e ad atterrare in una zona sicura, salvando le vite dell’equipaggio).

Ma la lezione più importante che l’Italia aveva dato a tutti era che in una situazione come quella della guerra civile somala, e in quella specifica di quegli anni a Mogadiscio, bisognava cercare per forza il dialogo con le milizie locali e forzare la via diplomatica prima di quella militare, per il bene non solo dei “nostri” militari, ma della popolazione civile e per il futuro di una nazione che invece fu abbandonata al caos.

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