Tempo fa discutevo con un amico sull’obbligo da parte dei circoli culturali (ARCI o simili) di emettere scontrino o ricevuta. Come sospettavo, l’argomento è molto più complesso di come lo descrivano le decine di commenti presenti su internet. Non è facile trovare e poi capire la legge, specie se non sei un avvocato o un commercialista, e pensare di farsi un’idea semplicemente leggendo il primo sito trovato da google è pura follia. Per questo devo dire che la mia ricerca è stata molto difficile e mi ha portato via parecchio tempo.

AGGIORNAMENTO 26 AGOSTO

Aggiungo la definizione tributaria di un’associazione senza fine di lucro:

1) E’ un ente privo di scopo di lucro, che non ha per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di una attività commerciale (art. 73 co. 1 lett c) TUIR). Fondamentale è controllare la tipologia della attività principale svolta: non commerciale o commerciale.

2) La sola forma giuriudica di associazioni, comitati o fondazioni non è sufficiente per essere qualificati ai fini fiscali enti non commerciali (ENC). Solo se è prevalente l’attività non commerciale, si possono godere i benefici fiscali degli ENC.

3) La legge fiscale non prende in esame la finalità per cui una associazione esercita attività d’impresa, anche se l’avanzo viene utilizzato per fini di solidarietà e utilità sociale. Si deve controllare se l’attività è o meno commerciale al sorgere dell’attività o singola operazione, non al termine.

Aggiungo anche questo link che è un documento della Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, che esamina l’argomento nel dettaglio.
Un estratto dal documento specifica alcune caratteristiche fondamentali per un’associazione che voglia avvalersi della legge in questione (esonero dall’obbligo di emettere scontrino):

“ƒ del divieto di distribuzione anche indiretta di utili; ƒ
dell’obbligo di devoluzione del patrimonio dell’ente, in caso di scioglimento, ad altra associazione con finalità analoghe o a fini di pubblica utilità; ƒ
della disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalità associative volte a garantire l’effettività del rapporto medesimo; ƒ
dell’obbligo di redazione e approvazione del rendiconto economico e finanziario annuale; ƒ dell’eleggibilità libera degli organi amministrativi e del voto singolo; ƒ
dell’intrasmissibilità della quota associativa “;

ancora più chiaro questo passaggio:

Il comma 6 del citato art. 4, con riferimento alle associazioni di promozione sociale, esclude dal novero delle attività soggette ad IVA, anche se effettuate verso il pagamento di corrispettivi specifici, “la somministrazione di alimenti e bevande … presso le sedi in cui viene svolta l’attività istituzionale, da bar ed esercizi similari, sempre che tale attività sia strettamente complementare a quelle svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali e sia effettuata nei confronti di soci, associati o partecipanti all’associazione

Quindi quando andiamo a bere in un “bar” dopo aver fatto la tessera. stiamo svolgendo un’attività strettamente complementare a quelle svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali ? Proprio no.

E ancora, se a qualcuno non bastasse:

La clausola (di cui parla poche righe prima) è volta ad arginare l’espediente – riscontrato in passato negli enti associativi operanti nei settori della promozione della cultura e dell’arte, e dello sport dilettantistico – consistente nel rilascio dietro pagamento di un corrispettivo di una tessera attestante la qualità di socio che dà però diritto unicamente all’ingresso in un determinato locale o a fruire delle attrezzature poste all’interno di un impianto sportivo. In altri termini, la tessera non attribuisce al “socio” alcun diritto di effettiva partecipazione all’attività dell’ente, intesa come concorso alla determinazione degli obiettivi sociali (diritto questo che peraltro lo stesso “socio” non ha alcun interesse ad esercitare). La c.d. “quota associativa”, in tali casi, costituisce strumento “ad hoc” per dissimulare un vero e proprio corrispettivo per cessioni di beni o prestazioni di servizi, che ha natura ben diversa dai “corrispettivi specifici” pagati per prestazioni “effettuate in conformità alle finalità istituzionali”

Anche questo a me sembra proprio il caso di locali di cui stiamo parlando. O no ?

Inoltre l’articolo 149 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) intitolato “Perdita della qualifica di ente non commerciale” dice che:

1. Indipendentemente dalle previsioni statutarie, l’ente perde la qualifica di ente non commerciale qualora eserciti prevalentemente attivita’ commerciale per un intero periodo d’imposta.

2. Ai fini della qualificazione commerciale dell’ente si tiene conto anche dei seguenti parametri:
  a) prevalenza delle immobilizzazioni relative all’attivita’ commerciale, al netto degli ammortamenti, rispetto alle restanti attivita’;
  b) prevalenza dei ricavi derivanti da attivita’ commerciali rispetto al valore normale delle cessioni o prestazioni afferenti le attivita’ istituzionali;
  c) prevalenza dei redditi derivanti da attivita’ commerciali rispetto alle entrate istituzionali, intendendo per queste ultime i contributi, le sovvenzioni, le liberalita’ e le quote associative;
  d) prevalenza delle componenti negative inerenti all’attivita’ commerciale rispetto alle restanti spese.
Ancora, mi viene incontro proprio uno dei siti da cui era nata tutta questa storia: tuttonoprofit.com, che fa notare come  “Gli articoli 4-bis e 4-quinquies dell’art.5 del DL 460/1997 e il punto 5 dell’articolo 148 del TUIRprevedono che SOLO per le Associazioni di promozione sociale ricomprese tra gli enti di cui all’articolo 3, comma 6, lettera e), della legge 25 agosto 1991, n. 287, le cui finalita’ assistenziali siano riconosciute dal Ministero dell’interno NON si consideri commerciale, anche se effettuata verso pagamento di corrispettivi specifici, la somministrazione di alimenti e bevande, svolta presso le sedi in cui viene esercitata l’attività istituzionale, da bar ed esercizi similari nei confronti dei soli soci. Inoltre, tale agevolazione – che esclude la commercialità e quindi la tassazione ordinaria – si applica a condizione che, tra l’altro, venga redatto e approvato il rendiconto annuale economico e finanziario dell’attività istituzionale e di quella “decommercializzata”, e che venga conservata la documentazione necessaria a redigere tale documento. Per TUTTE le altre tipologie di Enti non Profit si tratta di attività commerciale.”
E in effetti, eccoli gli articoli citati, presenti nell’ormai “famoso” dl 470:
4-bis. Per le associazioni di promozione sociale ricomprese tra gli enti di cui all’articolo 3, comma 6, lettera e), della legge 25 agosto 1991, n. 287, le cui finalita’ assistenziali siano riconosciute dal Ministero dell’interno, non si considerano commerciali, anche se effettuate verso pagamento di corrispettivi specifici, la somministrazione di alimenti e bevande effettuata, presso le sedi in cui viene svolta l’attivita’ istituzionale, da bar ed esercizi similari e l’organizzazione di viaggi e soggiorni turistici, sempreche’ le predette attivita’ siano strettamente complementari a quelle svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali e siano effettuate nei confronti degli stessi soggetti indicati nel comma 3.
e:
4-quinquies. Le disposizioni di cui ai commi 3, 4-bis, 4-ter e 4-quater si applicano a condizione che le associazioni interessate si conformino alle seguenti clausole, da inserire nei relativi atti costitutivi o statuti redatti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata:
a) divieto di distribuire anche in modo indiretto, utili o avanzi di gestione nonche’ fondi, riserve o capitale durante la vita dell’associazione, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge;
b) obbligo di devolvere il patrimonio dell’ente, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altra associazione con finalita’ analoghe o ai fini di pubblica utilita’, sentito l’organismo di controllo di cui all’articolo 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e salvo diversa destinazione imposta dalla legge;
c) disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalita’ associative volte a garantire l’effettivita’ del rapporto medesimo, escludendo espressamente la temporaneita’ della partecipazione alla vita associativa e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d’eta’ il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell’associazione;
d) obbligo di redigere e di approvare annualmente un rendiconto economico e finanziario secondo le disposizioni statutarie;
e) eleggibilita’ libera degli organi amministrativi, principio del voto singolo di cui all’articolo 2532, secondo comma, del codice civile, sovranita’ dell’assemblea dei soci, associati o partecipanti e i criteri di loro ammissione ed esclusione, criteri e idonee forme di pubblicita’ delle convocazioni assembleari, delle relative deliberazioni, dei bilanci o rendiconti;
f) intrasmissibilita’ della quota o contributo associativo ad eccezione dei trasferimenti a causa di morte e non rivalutabilita’ della stessa.
RI-CONCLUSIONE:
Ora, detto che la legge è legge e c’è poco da discutere, i circoli di cui discutiamo, lo ripeto per evitare di perdere il filo del discorso, sono quelli (io ne conosco molti a Roma) in cui tu entri per fare serata con gli amici, per bere o mangiare qualcosa. Questi circoli sono evidentemente esclusi dal regime fiscale agevolato riservato agli enti non-commerciali per tutta la miriade di articoli di legge che abbiamo raccolto. L’essere al di fuori di questo regime AUTOMATICAMENTE impone l’emissione di scontrino nel caso di somministrazione di bevande o cibo, e questo è indiscutibile, dimostrato anche dal fatto stesso che la Guardia di Finanza spesso chiude o multa queste associazioni per le mancanze di cui stiamo parlando.
Il fatto che molti circoli non facciano lo scontrino non significa che siano esonerati dal farlo; si chiama EVASIONE FISCALE.

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Cominciamo col dire che la legge divide i circoli culturali in due grossi tronconi: quelli riconosciuti dallo Stato (ARCI e simili) e quelli che non lo sono.
Qui ci occupiamo delle prima categoria.

La legge di riferimento è questa:

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticoloDefault/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1992-01-31&atto.codiceRedazionale=092A0448&atto.tipoProvvedimento=DECRETO

In questo modo lo Stato definisce le regole relative a ricevute e scontrini, oltre a tutto ciò che riguarda gli aspetti fiscali di ogni attività commerciale, e non.

Il decreto che stabilisce chi è esente da questa tassazione è il seguente:

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1992/12/22/092A6016/sg

In particolare il fulcro della nostra discussione si basa sull’articolo 15 di questa legge, che considera esentate dal regime fiscale alcune attività associative:

15)  operazioni  poste  in  essere  dalle  associazioni   sportive
dilettantistiche  che si avvalgono della disciplina di cui alla legge
16 dicembre 1991, n. 398, nonche' dalle associazioni  senza  fini  di
lucro  e  dalle  associazioni  pro-loco, contemplate dall'art. 9- bis
della legge 6 febbraio 1992, n. 66;

Si parla quindi di Associazioni senza fini di lucro, e la questione si gioca tutta qui. “Senza scopo di lucro” significa che tutti i ricavati dell’attività vengono reinvestiti integralmente nell’attività stessa; non c’è quindi alcun guadagno per i soci, fatta eccezione per gli eventuali stipendi (regolamentati dai contratti nazionali del lavoro) di chi ci lavora.
Qui bisogna fare una precisazione: il fatto che sia “senza fine di lucro” non è affatto l’unico presupposto per essere esentati dall’emettere scontrino, visto che per rientrare in tale gruppo occorre rispettare molteplici altre regole che riguardano l’accesso a strade pubbliche, la presenza di insegne, la quantità di tessere emesse e così via. Questi presupposti già escludono la maggior parte dei locali in questione, che sfruttano le agevolazioni fiscali garantite per i circoli ma non per questo sono esentate dall’emettere lo scontrino: parlando per esperienza personale infatti, tutti i circoli “culturali” o simili che io abbia mai frequentato a Roma emettono lo scontrino. E’ per questo che a monte di questa discussione la mia considerazione era: se fanno lo scontrino forse è perché SONO OBBLIGATI DALLA LEGGE; perché lo farebbero altrimenti ?

Ma andiamo avanti. Per orientarsi, ecco un documento dell’Agenzia delle Entrate che spiega nel dettaglio il mondo delle Associazioni No-Profit (a pagina 16 una tabella riassuntiva dei vari casi):

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/wcm/connect/7ee6d700426dd13bb201bbc065cef0e8/no_profit.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=7ee6d700426dd13bb201bbc065cef0e8

alcuni estratti: ” Con il termine “NON PROFIT” ed i suoi equivalenti – TERZO SETTORE e ENTI NON LUCRATIVI – ci si riferisce a quel vasto insieme di aggregazioni di persone e risorse che non si ripromettono SCOPI DI LUCRO, bensì appunto il perseguimento di obiettivi e la soddisfazione di esigenze di natura solidaristica, ideale, culturale e sportiva”

e ancora:

“attività finanziata primariamente con i contributi degli associati, ma anche con donazioni od erogazioni di terzi; oppure, ancora, con (limitate) attività di natura commerciale;

Il punto quindi, è definire un’associazione SENZA FINE DI LUCRO. Ci viene incontro il Codice Civile che all’articolo 2247 definisce il Contratto di Società: “Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili”. Questa definizione è fondamentale perché parla di divisione di utili, condizione per cui tale attività venga considerata COMMERCIALE.
A questo punto vorrei ricordare che i locali di cui stiamo discutendo sono tutti quelli per cui è necessario possedere una tessera associativa, e all’interno dei quali si vendono bevande; tutti quei locali che di fatto funzionano come dei normali bar, in cui entri, vai al bancone, ordini una birra, la paghi e poi la bevi.

La complessità dell’argomento è sorprendente e per chi vuole approfondire ho trovato questo documento che ne parla in maniera estesa.

Conclusione: un’associazione culturale può vendere bevande senza emettere scontrino ?
No, per farlo dovrebbe rispondere a tutti i requisiti richiesti dalla legge e soprattutto dovrebbe funzionare senza fine di lucro: se anche UN SOLO CENTESIMO di ricavo finisce in tasca a uno dei soci allora si tratta di attività commerciale (a fine di lucro) e deve sottostare alle regole fiscali italiane: deve fare lo scontrino.

I locali di cui parliamo (almeno tutti quelli che io abbia mai visto in vita mia) ottengono ricavi dalle vendite e infatti emettono scontrino per questo motivo: funzionano come dei bar con la differenza che solo i soci possono usufruire dei servizi. Se in questi posti non fanno lo scontrino, semplicemente stanno violando la legge.

Vista la complessità di questo argomento e la mia incompetenza in materie giuridiche, resto in attesa di qualsiasi intervento che ci aiuti (tutti) a capire meglio le cose.

Come sempre, non basta la prima risposta di google per capire il mondo, ma mi pare evidente che QUEI locali di cui stiamo parlando, lo scontrino devono emetterlo eccome !

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