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Alla falsa convinzione che siano sempre e solo gli Stati Uniti il cattivo del mondo, ho trovato un articolo uscito a ottobre del 2014 sul New York Times, che parla di una ricerca svolta dall’organizzazione non governativa Conflict Armament Research che tramite la raccolta e l’analisi balistica di proiettili e cartucce rinvenuti in Iraq e Siria dagli anni ’40 fino ad oggi. Importante considerare che l’effettiva provenienza di una singola cartuccia (cioè chi la ha prodotta) è indicata dai dati stampati sul fondo di ognuna di esse. Si tratta di munizioni di fucili e mitragliatrici, oltre a un minore numero di pistole.


Questo è il link della ricerca.

I risultati dicono che più dell’80% delle armi provengono da: Cina (26%, la percentuale più alta), URSS, Russia, Stati Uniti e Serbia, e che queste armi erano state date alle forze di sicurezza della regione, per poi essere prese dai miliziani islamisti.
Ad esempio le armi sovietiche sono quelle che il Cremlino aveva fornito all’esercito siriano (storico alleato) e che poi durante la guerra sono state conquistate dall’ISIS. Lo stesso vale per le armi americane, fornite alle forze di sicurezza irachene e di conseguenza finite poi nelle mani dello Stato Islamico. L’analisi considera esiguo il quantitativo di armi provenienti dal mercato nero in quanto la necessità di nascondere questo commercio implica che tale numero di armi resti basso.

In altre parole, lo studio smentisce la diffusa idea che ci siano Stati (USA in particolare, ma Russia per altri) che direttamente forniscano armi all’ISIS: il meccanismo è più semplice, perchè queste armi sono state prese dagli islamisti ogni volta che questi hanno conquistato città e territori, appropriandosi di tutto il materiale trovato (comprese quindi le scorte militari delle forze armate irachene e siriane).

Quindi l’ISIS le armi le conquista con i territori (e la cosa ha un senso), non tramite loschi traffici con gli Stati internazionali.

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