L’impulso di sfogare le mie sensazioni e la mia rabbia per quanto successo a Parigi una settimana fa è stato forte dal primo momento, ma per fortuna mi sono astenuto: avrei scritto cose sbagliate.
A caldo, lo ammetto, ho pensato che quello che avrebbero dovuto fare le forze occidentali sarebbe stato schierare una forza di terra e penetrare a fondo nei territori controllati dallo Stato Islamico per combattere una guerra che si sta rivelando inefficace con il solo utilizzo dei bombardamenti aerei.
Tutt’ora credo che una vittoria militare in quel senso sarebbe possibile e che probabilmente lo Stato Islamico ne uscirebbe sconfitto, ma anche che tutto questo non porterebbe a niente di nuovo rispetto a quanto la Storia ci ha insegnato, più e più volte.
Oggi però, a mente fredda, mi sento di analizzare la situazione in maniera più razionale.

Oggi credo che un’intensificazione dell’azione militare Nato in Siria e Iraq, purtoppo, non raggiungerebbe affatto lo scopo di “sradicare” il terrorismo jihadista se non nel breve periodo. Questa convinzione viene fuori da alcune considerazioni che provo ad esporre.

La prima considerazione è di carattere puramente storico, osservando gli avvenimenti degli ultimi vent annni.
Somalia, Afghanistan, Iraq, sono solo alcune delle zone di conflitto in cui sono stati protagonisti gruppi islamisti contrapporsi alle forze militari occidentali.

In Somalia fino al 1994 la Nato (e in particolare proprio la Francia, e l’Italia) e gli Stati Uniti hanno combattuto contro le milizie islamiste salite al potere dopo il precedente colpo di stato, riportando vittorie militari evidenti (migliaia e migliaia di morti tra le file somale, un centinaio tra i militari della coalizione nonchè l’uccisione di gran parte dei capi delle milizie). Dalla famosa battaglia di Mogadiscio in poi la situazione nel paese africano è tutt’altro che migliorata, e le milizie islamiste sono ancora lì, vent anni dopo, affatto indebolite.
Avevo analizzato questo argomento più nel dettaglio, qui.

La campagna contro al Quaeda condotta dagli Stati Uniti e dalla Nato in Afghanistan ha riportato una solida vittoria militare, ma una altrettanto evidente sconfitta in quello che di fatto era il principale obiettivo della guerra: la sconfitta del terrorismo islamico. E’ vero che al Quaeda ne sia uscita estremamente indebolita e la sua organizzazione decapitata dei principali leader, ma nonostante questo la sua presenza non è stata affatto debellata ed il frutto dell’odio e del risentimento talebano sono tutt’altro che esauriti, poichè al Quaeda si è “decentralizzata” ed ha cominciato a partecipare attivamente ai conflitti scatenati in seguito alla Primavera Araba del 2011 dal medioriente al nord Africa. Non a caso una delle più pericolose fazioni islamiste della guerra civile siriana è rappresentata dal fronte al Nusra, emissario “ufficiale” di al Quaeda in Siria.

Il più recente è l’Iraq della seconda guerra del golfo, quella combattuta per abbattere il regime di Saddam. Il presidente voluto dagli americani, al Maliki, ha pensato bene negli anni di agire di rappresaglia contro i militanti del partito baath (sunnita, il partito di Saddam) e contro i sunniti in generale, come risposta alle violenze compiute contro la popolazione sciita durante il regime. Il risultato è stato incendiare ancora di più una situazione estremamente instabile e dare forza a quei gruppi che oggi controllano buona parte della Siria e dell’Iraq, tra i quali l’ISIS è solo la più potente delle fazioni, che sono centinaia in tutto il territorio.
Interessante a questo proposito anche la storia del generale americano Petreaus che, al comando delle forze militari USA, attuò una politica di conciliazione con la popolazione sunnita e con le popolazioni ostili all’occidente, che aveva come scopo quello di ridurre per quanto possibile le tensioni tra le varie parti in causa. Secondo molti analisti la politica di Petreaus stava dando alcuni frutti, prima di essere interrotta per la sollevazione del generale dall’incarico in seguito a vicende esterne alla guerra.

La Storia umana è però una fonte inesauribile di esempi di come l’odio e la guerra non abbiano origini di facile individuazione e che quando si cerca di arrivare alla radice e alle motivazioni dell’odio di due fazioni in guerra si finisce con lo scoprire che c’è sempre un precedente, e un precedente al precedente, e così via fino a pardersi nei secoli della civilizzazione umana.

Con questo voglio dire che credo che l’idea di una guerra aperta all’ISIS (che poi significa non solo all’ISIS, ma come detto ai centinaia di gruppi islamisti presenti e attivi in Siria) sia fallimentare, se l’obiettivo è quello di sradicare l’estremismo islamico ed il terrorismo ad esso legato.
Se l’obiettivo è semplicemente la vendetta, lasciamo stare.

 

La seconda considerazione che ho maturato in questa settimana è invece che si tenda ad ingigantire il rapporto che c’è tra lo Stato Islamico e gli attentati di Parigi del 13 novembre. Mi spiego.

Lo Stato Islamico non è un’organizzazione simile ad al Quaeda, nonostante ne condivida le folli motivazioni religiose (in realtà politico-religiose). E’ un esercito che combatte con lo scopo di conquistare un territorio e di instaurare un proprio Stato, molto più simile ad un movimento di stampo rivoluzionario che non ad un’organizzazione internazionale che ha come scopo quello di “punire” gli infedeli in giro per il mondo. Le azioni e la storia dell’ISIS lo confermano.
Alcuni degli attentatori di Parigi avevano o avevano avuto rapporti con lo Stato Islamico in Siria, è vero, ma la loro azione in terra francese non è affatto legata alle strategie e agli obiettivi dell’ISIS; gli attentati di Parigi non sono un’azione che possa dare vantaggi strategici nella guerra che l’ISIS sta combattendo in Iraq e Siria, ma solo una follia terroristica alimentata dall’ignoranza e naturalmente appoggiata da chiunque professi la jihad.
La differenza con al Quaeda e con l’11 settembre è macroscopica e per questo gli accostamenti che vengono fatti in questi giorni dai giornali tra le due tragedie sono in realtà puro intrattenimento.
l’11 settembre rappresenta il più grande successo strategico di al Quaeda, un’azione in cui l’organizzazione allora guidata da Osama Bin Laden aveva investito in maniera massiccia sia dal punto di vista economico che organizzativo. La “strategia del terrore” è la strategia principale di al Quaeda ed anche il suo scopo principale: colpire il mondo occidentale e creare paura.
L’ISIS ha un obiettivo, come detto, completamente diverso e non ha investito nulla negli attentati di Parigi, se non in maniera estremamente marginale.
Continuando con il paragone con gli attentati dell’11 settembre, quelli furono il completamento di un piano la cui organizzazione era durata dieci anni, nel quale l’investimento economico era stato ingentissimo e la pianificazione degli eventi elaborata ai massimi livelli ed il suo obiettivo era tra i più ambiziosi della storia del terrorismo non solo islamico, e fu raggiunto in buona parte.
Gli attentati di Parigi paradossalmente fanno ancora più paura perchè organizzare una cosa del genere è tutt’altro che complicato o dispendioso dal punto di vista economico: tre macchine, un appartamento in affitto, una decina di fucili d’assalto e di uomini.
Si tratta di un’azione che non ha affatto bisogno di un esercito come quello dell’ISIS, ma solo di una rete di cellule terroristiche indipendenti che utilizzano internet per comunicare e pianificare e che poi ricevono dalle organizzazioni più “famose” un appoggio che è più politico che pratico; più propagandistico che strategico.
Non mi sembra affatto strano che l’ISIS voglia firmare gli attentati di Parigi, perchè i suoi vertici conoscono e sfruttano la propaganda e la “pubblicità” che il mondo informatico dei giorni nostri fornisce e sono stati pronti a cavalcare l’onda.
Concludendo, io non credo che sconfiggendo l’ISIS, cosa assolutamente possibile, si faccia mezzo passo in avanti nella sconfitta del terrorismo islamico.
Probabilmente si farebbe invece un altro passo indietro.

 

 

 

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